Archivio per ottobre, 2011

Essere protagonisti del nostro tempo

lunedì, ottobre 31st, 2011

L’anno scorso coniai questo “slogan”    (che poi magari la frase era già stata usata  ed io l’ho solo ripresa senza ricordarmi dove…mi succede spessissimo).

Serviva a spiegare un incontro  con Balzani e Bottone. Nel frattempo mi sono successe un sacco di cose e finalmente posso dire di essere diventata proprio io in prima persona una protagonista del nostro tempo.

Persino i giornali se ne sono accorti, tanto da dedicarmi un articolo intero. Come al solito c’è qualche inesattezza (le mie figlie  hanno più di vent’anni – perchè, seppur cinquantenne, ho partorito presto rispetto ai miei coetanei -ma  soprattutto vivono per conto loro) ma finalmente anche il Corriere della Sera si accorge di me.

Certo poi l’autrice si perde in un discorso di cosmesi e vanità che sinceramente poco c’azzecca, ma si riprende abbastanza bene quando accenna  all’aspetto sociologico della donna costretta alla cura.

L’unico dubbio mi è venuto leggendo questo brano

E se delle difficoltà che le trentenni affrontano per tenere insieme marito-figli-ufficio si è parlato moltissimo in questi anni, le peripezie delle cinquantenni — quattro milioni e mezzo di donne in Italia — sono state pressoché ignorate.

Ebbene, se in questi anni si è parlato di trentenni e delle loro difficoltà…io c’ero. Anche lì c’ero.Cioè…mi sa che  so’ troppo esibizionista!!!

 

AgriCulture : le 5Terre e il consumo del suolo

giovedì, ottobre 27th, 2011

Intervista a Maurizio Maggiani dal Manifesto

mi piace Maggiani, soprattutto mi piace la sua proposta che coincide perfettamente con la mia idea di volontariato attivo

Troppo turismo, zero tutela”

«Cosa provo? Niente. Ho già provato tutto due anni fa, ho provato tutto tre anni fa, cinque anni fa, sei anni fa, sette anni fa, otto anni fa. D’accordo? Adesso non provo più niente. Oggi c’è qualche morto in più, già c’è qualche morto in più e allora sì, provo qualcosa di intensamente particolare per quei morti in più». Lo senti da come ne parla che Maurizio Maggiani la Liguria la porta nel cuore. Scrittore e giornalista, è nato 60 anni fa a Castelnuovo di Magra, in provincia di La Spezia, e le scene di questi giorni le ha già viste altre volte. Troppe volte, al punto che, dice, ormai non prova più niente.
Maggiani neanche un po’ di indignazione o di rabbia?
L’indignazione è gratis, guardi, lasciamola perdere. Le racconto una cosa: stamattina mi ha chiamato un giornale per chiedermi un’intervista su quanto sta accadendo. Il giornalista mi ha detto: ‘Guardi ci ha rilasciato un’intervista l’anno scorso sullo stesso tema, ne possiamo fare un’altra?’ Gli ho detto di no: se volete ripubblicate quella. Mi ha risposto: ‘Ha ragione, lo sa che va benissimo?’ Allora, ci si vuole indignare ancora?
Sta dicendo che la storia si ripete e le cause si conoscono.
Ma certo che le cause si conoscono. Qui la gente pensa di poter vivere gratis, ma non è così.
Cosa intende?
Prendiamo le Cinque Terre: sono quello che sono perché nel corso degli ultimi 500-600 anni si è costruito un miracoloso equilibrio tra lavoro e territorio. Un lavoro straordinariamente pesante. Fare un quintale di vino qui costa la stessa fatica che farne cento in Romagna. Perché è il posto meno adatto al mondo per il lavoro agricolo. Negli ultimi 30 anni è nata l’industria turistica delle Cinque Terre in forma massiva. Si è scelto scentemente di arraffare più milioni possibili costruendo un turismo mordi e fuggi che porta ogni anno milioni di presenze nel punto più delicato del territorio italiano, in un’estensione che è paragonabile alla Garbatella. Allora chiedo: quanto di quelle decine, centinaia di milioni guadagnati con il turismo, tutti soldi esentasse, perché lì c’è un’evasione che oscilla tra il 50 e il 70%, quanti di quei soldi portati via spolpando il territorio sono stati reinvestiti in tutela del territorio? Andate a vedere lungo la Magra, come faccio io, e poi mi dite.
Cosa c’è?
Glielo dico io: l’agricoltura è stata largamente abbandonata. Sono pochi quelli che rimangono lì a lavorare la terra perché si fanno un culo così. La manutenzione delle Cinque Terre è minuto per minuto. Se stai un mese fermo l’equilibrio già comincia a rompersi. Ma voglio chiederle una cosa: secondo lei c’è una qualche possibile relazione tra quanto è successo e il fatto che il vertice del parco delle Cinque Terre sia finito in galera? La mia è una domanda.
E la risposta qual è?
La darà il lettore o la magistratura. Io so che il parco delle Cinque Terre è portato in palmo di mano da tutti i politici come sistema straordinariamente efficace di mettere insieme tutela ambientale e affari.
Sì ma 30 anni fa quegli stessi paesi che sono allagati rischiavano di restare vuoti perché la gente emigrava. E l’abbandono che lei denuncia ci sarebbe stato lo stesso.
Ma certo, ma io non ho niente contro il turismo nelle Cinque Terre ma c’è turismo e turismo. Non ho niente contro gli abitanti delle Cinque Terre, ovvio che se lasci una vita da fame e vedi la possibilità di star bene vai a star bene. E non è detto che tu debba avere gli strumenti culturali per capire cosa è bene fare, giusto? Però ci sono gli organi preposti a farti capire le cose o no?
La responsabilità quindi è come al solito delle istituzioni?
Ma a cosa servono se non a questo? Le istituzioni territoriali, la politica territoriale, non dovrebbero servire a questo?
E qui tocchiamo un tasto dolente: la regione Liguria da sempre è in mano alla sinistra, ulteriore dimostrazione di come la cultura del cemento non sia un patrimonio esclusivo della destra.
Ma ci mancherebbe altro. Intervistate Ferruccio Sansa che su questo ha scritto libri straordinari. Va bene il turismo, ma c’è modo e modo. C’è un modo che ti fa guadagnare tantissimo e subito e un modo che ti fa guadagnare di meno nel tempo. Io ci metto la mano sul fuoco: in una generazione le Cinque Terre sprofondano.
Nel senso che la generazione precedente ha approfittato della situazione?
C’è una generazione che si è consumata fino all’osso un territorio che ci ha messo alcuni milioni di anni a conformarsi e alcuni secoli per diventare quello che è.
E non lascerà niente in eredità?
Un po’ di milioni e di case ai figli, ma niente dal punto di vista del territorio.
Come se ne esce?
Io ce l’ho una proposta. Se ne esce con Fanfani, se lo ricorda? Negli anni 50 lanciò una campagna di opere in tutta Italia per il ripristino del territorio mandando a progetto, come si direbbe oggi, decine di migliaia di giovani ovunque. In Romagna addirittura lavorarono ai ripristini delle bonifiche, alle trebbiature, alle costruzione di strade. Siamo un paese in cui oggi ci sono disponibili decine di migliaia di giovani uomini e donne per ripristinare il territorio? Non lo so chiedo, forse no.
Forse non ci sono neanche i soldi
Sì, forse mancano anche i soldi, forse le persone ci sarebbero, magari facendo entrare più immigrati.

Creativi Culturali : il denaro non è lo sterco del diavolo

martedì, ottobre 25th, 2011

Piccolo  spunto,  da una riflessione di Ellen Berman, presidente di Transition Italia

Questione soldi : tema che viene fuori molto spesso nelle discussioni, una “ferita” che molti “creattivisti” si portano appresso.

Vivendo in un mondo imperfetto, in cui abbiamo un piede in un ipotetico nuovo paradigma ma l’altro ancora fortemente intrappolato in quello attuale, fatichiamo a rintracciare il punto di equilibrio tra i nostri bisogni e le possibilità di altri che ci chiedono .

Chi si impegna a fare delle cose in cui crede e che sono belle e forse anche importanti, spesso si sente molto a disagio ad esprimere comunque la necessità di un compenso  di semplice indole materiale (visto che non possiamo vivere di sola aria).

Molti creativi culturali, per poter essere in grado di fare quello che fanno,dedicano una parte molto considerevole ad attività non solo non remunerative ma spesso a budget sottozero (autotassazione come modus operandi per fare quella cosa lì che interessa tanto).

E’ vero che lo fanno perrchè  questo li appassiona e li diverte (non neghiamo l’evidenza), ma  questa modalità di donazione non potrà essere infinita .

Ci sono dei contesti in cui non si deve dare per scontato che possiamo fare qualcosa sempre e comunque a titolo non oneroso : abbiamo bisogno di reciprocità. Trovare una soluzione che possa accontentare le parti non è un’impresa improba. Basterebbe prendersi la responsabilità per noi stessi : esprimere i nostri bisogni e  osare  chiedere quando serve ed è opportuno (non tutto sempre e comunque gratuito, dipende dalle possibilità reali di ciascuno).

Se facessimo così, non solo riusciremmo ad avere quel minimo di supporto per poter dedicarci anche in futuro a quello che ora facciamo con tanta passione ed  esprimere così i nostri talenti, ma potremmo anche non limitare un impegno civico solo a chi ha spalle coperte e può permettersi questo lusso.

Le condizioni delle persone attive nel sociale e ambientale possono essere molto diverse. Molti  ricavano il proprio reddito dall’attuale sistema (multinazionali, università o pensione) e con quanto ricavano possono decidere di dedicare parte del proprio tempo ad attività volontaristiche che fanno del “bene” (il Professore di turno che partecipa alla conferenza e può contare su un entrata elargita dall’università o altro, si può permettere di rinunciare al rimborso spese).

Ma c’è anche chi, attivo da  anni sul fronte sostenibilità e affini,magari con partita iva a reddito ridicolo, si ritrova nella condizione di “evasore presunto”definito “non congruo” dagli studi di settore. Nemmeno lo Stato può credere a una persona che afferma di “donare” parte del suo tempo a titolo gratuito . Comunque sia, si  tratta sicuramente di persona privilegiata in quanto almeno avrà un supporto economico a cui attingere (marito,famiglia,piccola rendita).

Quante sono invece, le  persone che vorrebbero continuare ad esprimersi in ambiti in cui credono?  Magari sanno fare anche bene, ma sono in stallo, fermati dalla scarsità delle  entrate nemmeno sufficienti a sostenere le spese di base.

Che ci piaccia o no, non tutti i nostri attuali bisogni possono essere soddisfatti con l’autoproduzione e il baratto : gli oneri fiscali o le utenze ci vengono comunque tuttora richiesti in Euro sonanti.

Chi ha aspirazioni politiche dovrebbe prendere spunto da queste riflessioni per uscire dal boomerang del buonismo del volontariato, con dall’altra parte la difesa a spada tratta dei stipendi degli operai che fanno magari lavori dannosi e inutili.

Riconoscere apertamente il Valore di queste azioni (il denaro non è lo sterco del diavolo), darebbe  una sostenibilità effettiva all’energia prodotta; allontanarsi da certa carità pelosa potrebbe aprire spazi di manovra per azionare la leva del cambio.

disinformazioni pilotate o delirium tremens?

domenica, ottobre 23rd, 2011

Metteremo dei fiori nei nostri serbatoi

In sintesi (chi ha voglia di saperne di più,ecco qui l’articolo),alcune notazioni sull’ultimo saggio di Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica, uno con ” i piedi per terra” secondo Rampini, giornalista di Repubblica.

Un esperto, quindi, in grado di“ragionare su vincoli e leggi della fisica fondamentali”.

E meno male che Rampini parla almeno di  futuro inevitabile, “quando i carburanti fossili nelle viscere della Terra saranno finiti”, anche se  lascia ad altri le diatribe sulla data esatta in cui ciò accadrà.

La ricetta di Laughlin?

Quando sarà finito il petrolio continueremo a guidare automobili e illuminare case e strade. Con cosa? “Con un nuovo tipo di carburante tratto dalle piante che coltiveremo nei deserti e negli oceani.Basta scegliere un orizzonte temporale un po’ più lungo, per esempio due secoli. Nell’arco di vita della nostra Terra equivale a un battere di ciglio; ma anche nella storia dell’umanità è un periodo breve: appena sei generazioni. A quel punto sarà iniziata l’Era post-fossile, su questo non c’è dubbio”.

L’articolo è un mix di verità , ormai incontestabili, messe insieme a scenari fantastici , tanto da farci pensare che, in fondo in fondo l’esperto ha  ragione.

E allora,  che ci preoccupiamo a fare? la festa non è finita! Tra 2 secoli avremo il biocarburante oceanico.

 

Ce la cantano e ce la suonano

sabato, ottobre 22nd, 2011

Poche persone hanno notato il post apparso sul blog ufficiale di Google il 4 dicembre 2009. Non cercava di attirare l’attenzione: nessuna dichiarazione sconvolgente né annunci roboanti da Silicon valley, solo pochi paragrafi infilati tra la lista delle parole più cercate e un aggiornamento sul software finanziario di Google.

Ma non è sfuggito a tutti. Il blogger Danny Sullivan analizza sempre con cura i post di Google per cercare di capire quali sono i prossimi progetti dell’azienda californiana, e lo ha trovato molto interessante. Più tardi, quel giorno, ha scritto che si trattava del “più grande cambiamento mai avvenuto nei motori di ricerca”. Bastava il titolo per capirlo: “Ricerche personalizzate per tutti”.

Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo.

Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più cosi. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti.

Accorgersi della differenza non è difficile. Nella primavera del 2010, mentre la piattaforma Deepwater Horizon vomitava petrolio nel golfo del Messico, ho chiesto a due mie amiche di fare la stessa ricerca su Google. Entrambe vivono nel nordest degli Stati Uniti e sono bianche, colte e di sinistra: insomma, due persone abbastanza simili. Entrambe hanno cercato “Bp”. Ma hanno ottenuto risultati molto diversi. Una ha trovato informazioni sugli investimenti legati alla Bp. L’altra le notizie. In un caso, la prima pagina dei risultati di Google conteneva i link sull’incidente nel golfo, nell’altro non c’era niente del genere, solo una pubblicità della compagnia petrolifera. Perfino il numero dei risultati era diverso: 180 milioni per una e 139 milioni per l’altra. Se le differenze tra due donne di sinistra della costa est erano cosi grandi, immaginate quanto possono esserlo, per esempio, rispetto a quelle di un vecchio repubblicano del Texas o di un uomo d’affari giapponese.

Ora che Google è personalizzato, la ricerca di “cellule staminali” probabilmente dà risultati diametralmente opposti agli scienziati che sono favorevoli alla ricerca sulle staminali e a quelli che sono contrari. Scrivendo “prove del cambiamento climatico” un ambientalista e il dirigente di una compagnia petrolifera troveranno risposte contrastanti.

La maggioranza di noi crede che i motori di ricerca siano neutrali. Ma probabilmente lo pensiamo perché sono impostati in modo da assecondare le nostre idee. Lo schermo del computer rispetta sempre più i nostri interessi mentre gli analisti degli algoritmi osservano tutto quello che clicchiamo. L’annuncio di Google ha segnato il punto di svolta di una rivoluzione importante ma quasi invisibile del nostro modo di consumare le informazioni. Potremmo dire che il 4 dicembre 2009 è cominciata l’era della personalizzazione.

Il mondo digitale sta cambiando, discretamente e senza fare troppo chiasso. Quello che un tempo era un mezzo anonimo in cui tutti potevano essere chiunque – in cui nessuno sa che sei un cane, come diceva una famosa vignetta del New Yorker – ora è un modo per raccogliere e analizzare i nostri dati personali. Secondo uno studio del Wall Street Journal, i cinquanta siti più popolari del mondo, dalla Cnn a Yahoo! a Msn, installano in media 64 cookie e beacon carichi di dati su di noi. Se cerchiamo una parola come “depressione” su un dizionario online, il sito installa nel nostro computer fino a 223 cookie e beacon che permettono ad altri siti di inviarci pubblicità di antidepressivi. Se facciamo una ricerca sulla possibilità che nostra moglie ci tradisca, saremo tempestati di annunci sui test del dna per accertare la paternità dei figli. Oggi la rete non solo sa che sei un cane, ma anche di che razza sei, e vuole venderti una ciotola di cibo.

fonte http://www.pinobruno.it/2011/07/google-non-e-piu-uguale-per-tutti/

L’incipit – navigo a vista

venerdì, ottobre 21st, 2011

Molti  di noi sognano nuove storie che diano un senso al nostro futuro. Molti di noi hanno scoperto che il passaparola è forse lo strumento più semplice per tornare a condividere idee, emozioni, sogni,la strada più breve per il cambiamento.

In quetso passaparola globale, internet e i social  network la fanno da padrone :  navigando a vista nel mare magnum delle informazioni si scoprono tante cose (anche se ne sfuggono altrettante). Negli anni di Orwell e di Huxley, si paventava il momento in cui le libertà dell’individuo sarebbero state soffocate.

Il pericolo sembra scampato : contagio virale delle idee , libertà di informazione grazie a twitter e ai cellulari. nessuno più ci potrà fregare!

A me invece pare che le cose stiano in maniera diversa ; fino a qualche anno fa c’era una nicchia all’interno del web dove era consentito esprimersi liberamente, dove era possibile arrivare comunque  agli internauti. Ancora non era stato  trovato il modo di controllare il web e infatti le connessioni erano lente,ostacolate in tutti i modi possibili e immaginabili. per mandare un allegato via mail superiore ai 500 kb ce ne voleva (e in genere chi lo riceveva non ti ringraziava di certo)

Ma da quando internet è diventata una cosa alla portata di tutti scopro di “ricevere” solo determinati input. Facebook mi propone solo gente che condivide le mie idee. Dove sono tutti quelli contrari ? Come mai non li incontro mai durante la navigazione?

Allora tanto vale che torniamo a confrontarci vis a vis  …come Fahrenheit, trasmissione orale del pensiero.

Oppure ci connettiamo in maniera trasversale, ciascuno in direzione ostinata e contraria …

Ecco allora il mio RimeDiario, post e ris -post-e,raccolti e rintracciati durante le mie navigazioni. La scelta sta nel fatto che  per qualche verso suggeriscono un rimedio al cambio di stagione.

Modello di riferimento assoluto : Rossella O’Hara e il suo mantra “domani è un altro giorno”.