Teatro & RiCreAzioni Culturali

martedì, agosto 21st, 2012

Zoè Teatro & RiCreAzioni Culturali

Questa roba qui è da quando avevo 16 anni che la vivo e la penso e la medito e combatto per attuarla, tra gli alti e bassi della vita (senza trascurare il periodo rampante, doverosamente attraversato, come tutti quelli incappati negli anni 80)

La vivo e la penso e la medito e ci combatto per attuarla da quando stavo nel gruppo di musica popolare “alla maniera di Nuova Compagnia”, o da quando suonavo per strada o nei ristoranti (la Joan Baez de nojarti) o da quando ero al Dams (e il Teatro nella piazza degli scontri con Scabia),e già ero al Fossato qui a Bologna e lentamente venivo risucchiata nel mondo reale, quello dei soldi necessari a tenere famiglia.

Ci sono voluti 20 anni per capire che qualcosa non andava in quel sistema e meno male che me ne sono accorta e meno male che  mi sono riappropriata dell’idea di Teatro Sociale, anche se è dura remare a denti stretti attraverso innumerevoli giorni di fatica.

Il teatro è come una barca, è soltanto grande così, ma la rivolta è il rovesciamento del sistema, la rivoluzione è il capovolgersi della marea.

Julian Beck Ouro Preto (Brasile), 6 maggio 1971.

e ancora

Julian Beck Meditazione I. 1963. New York City.

Sogni di una società libera.

All’interno di tale società libera il sogno di un teatro che sia utile. Il sogno di cose utili in un’epoca congestionata da cose inutili. Avendo abbastanza tempo tutto diventa interessante. Fin quando è interessante. Ma non c’è abbastanza tempo.
Produzione inutile, leggi inutili, forme inutili. Il mondo intero prigione del denaro, prigione dei salari, una vita a comprare cose non necessarie, a produrre cose non necessarie, a acquistare e consumare devastare le nostre capacità. Interessante ma non abbastanza. La mia canzone.

Teatro inutile. Cominciamo dall’esame dell’architettura. E questo forse un posto per esseri umani, questa insinuazione di lusso e ori, la pompa di queste scale, l’ingannevole grandiosità di questo candelabro, questo moderno teatro un’opera d’arte? O architettura dei potentati! O puzza di denaro! È qui che ha volato l’Uccello dello Spazio? Dove sono i facchini, gli operai tessili, ì meccanici? Non ci sono contadini qui, nessuno di coloro che costruirono questo edificio, nessuno che abbia coltivato alimentari, qui non ci sono neri, nessuno che pulisca le fogne, nessuno che cucia nei laboratori. Per chi è questo palazzo? Dov’è il popolo? Che cosa si fa qua dentro che non li riguarda? Il tappeto è fatto per pallidi piedi patrizi, le poltrone pro¬curano una comodità che aliena all’azione, che ostacola la partecipazione, che indulge alla passività del corpo. Muri di separazione! O possa questa nostra sonora arringa far tremare e cadere i muri, crollare prigioni, abbattere le fortezze della falsa industria, e tutte le case di divisione. Unità. La sì ha, quando le persone stanno insieme e non si mettono una contro l’altra, esiste quell’armonia che dissipa la disperazione, estende l’essere e rende possibili tutte le speranze più impossibili.

Quando mi siedo nella poltrona di velluto, circondato da fibre aceti-che, se una persona grida, se un uomo muore è solo un’interruzione. Non sono preparato a reagire alla vita. Osservo soltanto. Circondato da gelidi compagni in un’atmosfera d’inganno, siedo nella fastosità. Son venuto qui per morire congelato? Come posso prorompere in emozioni? Investito di una regalità di rayon. Come posso trascendere in un ambiente di velluto, come posso trovare la chiave nell’oscurità di questa sala? Solo sognando. Ma questo sogno è menzogna, non sento nulla. È tutto menzogna, non ho carne, sono essenzialmente asessuato. E lutto questo avviene a causa della mia presenza qui.

Lo stato comanda l’artista e chiunque altro. Buono cattivo deve non deve. La democrazia finge di disprezzare tutto ciò; comunque il teatro capitalista non è libero. Le sbarre del denaro, il potere del finanziatore, il voto dello spettatore conformista. Se vogliamo un teatro libero dobbiamo renderlo gratuito. Innanzi tutto gratuito per lo spettatore, senza la misura dì Mammone, finalmente la vita.

Il teatro di esclusione dove non viene nessun nero, dove abbiamo pensieri bianchi e sensazioni congelate. So di non essere superiore, ma noi produciamo un’esperienza che esclude i poveri, contenti del fatto che i poveri non la vogliono. Quando vado a teatro sono separato dai poveri. C’è qualcosa di sbagliato quando vado a teatro, dal momento che la sua sfera dovrebbe essere il mondo intero, e che invece di essere portato più vicino al mondo ne rimango tagliato fuori.

Siamo gente senza sentimenti. Se potessimo veramente sentire, il dolore sarebbe tanto grande da farci mettere fine a ogni sofferenza, Se potessimo sentire che ogni sei secondi una persona muore di fame (e mentre si verifica questo mio scrivere, questo leggere, qualcuno sta morendo di fame), lo impediremmo. Se veramente potessimo sentirlo negli intestini, nell’inguine, nella gola, nel petto, andremmo fuori nelle strade e porremmo fine alla guerra, fine alla schiavitù, fine alle prigioni, fine agli assassini, fine alla distruzione. Ah, potrei imparare cos’è l’amore.

Gioia. La virtù amata da santa Teresa. Gioia. In teatro potremmo provarla nell’unione reciproca. Non vorrei dare pièces di dolore, di problemi, di idee difficili, ma di gioia, piacere, riso, esultanza, non risate crudeli, niente satira, ma gioia. Ma è faticoso provare gioia, e quindi ancora più faticoso conoscere la gioia, quando si è pallidi e il mondo è estraneo e moribondo. Desiderio di un teatro diverso, che valga ciò che siamo realmente, speranza che il teatro cambierà, ma quel che vogliamo davvero è cambiare noi stessi, cambiare tutti insieme, e che cambiando cambi il mondo.

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